Per riflettere: Il codice dell'anima e la teoria della ghianda 21-04-2009
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Il codice dell'anima e la teoria della ghianda



“Il genio può essere confinato dentro un guscio di noce e ciò nonostante abbracciare tutta la pienezza della vita”
Thoman Mann

Vocazione, unicità, destino, mistero, chiamata...cosa accomuna termini apparentemente così comuni al dialogare quotidiano con la nostra esistenza? Semplicemente tutto e nulla. Secondo Plotino, il maggiore dei filosofi neoplatonici, siamo noi a sceglierci il nostro corpo, i genitori, il luogo in cui vivere, perché è l'anima stessa, la nostra, a scegliere per noi fin dalle origini.
Infatti non nasciamo soli, scrive Platone nella “Repubblica”, ognuno di noi alla nascita riceve un'anima, un daimon, (i latini parlavano di genius, i greci di daimon, i cristiani di angelo custode, per gli egizi era il ka o ba e per arrivare relativamente vicino alla storia umana per il romantico Keats, il cuore) dapprima siamo anime in cerca di corpi dove abitare la terra, poi ci dimentichiamo della nostra forma più pura nel momento in cui sperimentiamo le gioie e i dolori terreni, eppure è il nostro daimon a ricordarci costantemente chi siamo e da dove veniamo, a ricordarci il nostro destino. Ecco, il destino...il codice dell'anima, la sua musica, la sua melodia infinita che chiede di essere ascoltata, compresa, abbracciata.

Ed ecco che la biografia di ognuno di noi sembra essere inscritta in un contesto molto più ampio, quasi senza limiti dove il microcosmo si fonde al macrocosmo, il particolare con l'universale. Ogni segno è un'opera, un traguardo da superare, un dolore da integrare, una gioia da espandere, una lezione da comprendere che mette in relazione l'Io con l'Io, l'Io con Dio, con il Cosmo, con gli Altri.

Il vero concetto di vocazione prende anima e corpo attraverso una teoria insolita, quella della ghianda, di cui lo psicologo e analista junghiano James Hillman ci fa dono nei suoi numerosi scritti e saggi filosofici. La ghianda fin dai tempi antichi considerata alimento primordiale è “metafora del nostro nocciolo interiore”, di cui noi stessi ci nutriamo. La ghianda è vita piena in potenza, cioè non vissuta, è necessità, è immanenza che attira a sé occasioni, opportunità conferendo loro lo scopo che meritano.
Non sempre infatti le sue attenzioni sono rivolte a ciò che crediamo sia meglio per noi stessi, ma piuttosto a ciò che è bene per la nostra anima e per la sua crescita spirituale. Dove noi non cogliamo il senso, è proprio lì che essa acquista il suo significato più autentico. Ed ecco che – si chiede Hillman - “le folate che ci trattengono sono diversivi? O hanno ciascuna il proprio particolare scopo? Contribuiscono, prese tutte insieme, a far avanzare la barca, magari verso un altro porto”? E aggiunge “ciò che conta non è tanto stabilire se un'interferenza abbia o no uno scopo; è importante, piuttosto, guardare con occhio sensibile allo scopo e cercare il valore dell'imprevisto”.
Ciò che spesso vengono chiamati incidenti sono nient'altro che percorsi, tappe obbligate, prove che anche se non metabolizzate aiutano a rafforzare “l'integrità della forma dell'anima, aggiungendovi perplessità, sensibilità, vulnerabilità e tessuto cicatriziale”. Esiste infatti – aggiunge  Hillman – un'arte del crescere, cioè discendere: quanto più si discende in noi stessi tanto più la crescita sarà sana, equilibrata e in armonia con l'Universo.
Se ognuno di noi con cuore aperto si lasciasse camminare senza indugio, si abbandonasse all'ascolto di un sé autenticamente profondo, percorresse odorando le vie dell'anima, oltrepassasse con lo sguardo il visibile, allora gli errori, le scelte sbagliate, le strade mancate forse acquisterebbero più senso, perché tutto è per ciò che deve essere, tutto è necessario e noi comunque siamo, non potevamo essere altrimenti.







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